Ceci n’est pas


L’aspettano, la diva. Sono tutti imbambolati, rapiti dalla sua voce un po’ roca, ma così sensuale, dalle movenze provocanti, ipnotiche. Li fa divertire, eccitare, li stuzzica, li fa sognare, poi, quando individua tra il pubblico il soggetto ‘sensibile’, tesse una tela di moine, parole sussurrate all’orecchio e lo imprigiona affascinandolo con un’allure senza eguali.
Si diverte, Marilyn, ogni spettacolo è un successo, è la conferma di quanto sia unica, inimitabile. L’acclamano, la vogliono e lei, magnanima, lascia il palco e raggiunge gli spettatori, li intrattiene tra un sorso di champagne, due strofe di I wanna be loved by you, una carezza lasciva data con malizia per scomparire, infine, dietro il sipario di velluto.
Mi rimbomba nelle orecchie l’eco degli applausi, di quel richiamo insistente… Marilyn, Marilyn, Marilyn. Eccola! Arriva in sala fasciata nel suo abito di seta rosa shocking, l’andatura sicura nonostante i tacchi a spillo.
Io sono lì, l’amo perdutamente, ma al tempo stesso la vorrei soffocare, schiacciare sotto i piedi come un serpente velenoso. “Torniamo a casa, ti prego.”
Nell’unico, squallido monolocale che ci possiamo permettere, ora sono seduto davanti allo specchio appoggiato sul tavolo, tra una tazzina sporca di caffè e un angolo di pizza rinsecchita, mi cancello pezzo dopo pezzo.
«Chi sono, perdio? Marilyn o Lucien?» sibilo mentre la parrucca bionda vola sul letto e il trucco si scioglie in rivoli neri.
«Perché mi guardi? Ti faccio pena? Vuoi dirmi che il mondo ti preferisce, che senza di te sarei un fantasma, che sto diventando sempre più invisibile perché tu sei così… grande?»
«Vuoi la verità? Ceci n’est pas… Tu sei l’uomo che teme la luce, io la donna che la cerca. Nel punto in cui le nostre ombre si toccano, forse, solo lì, tu esisti davvero.»
Barbara Colombotto Rosso

