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Chi sei?

‘Paura’ aveva le fattezze di un mostro che all’improvviso si manifestava per sovrastarmi, schiacciare e se in quell’attimo non c’era lui a cui aggrapparmi, sentivo che sarei morta. Entravo in una dimensione claustrofobica, i rumori si amplificavano, gli oggetti si dilatavano e ogni cosa mi terrorizzava. Il supermercato, la galleria, l’autostrada, l’ascensore e poi il buio, il clacson delle macchine, quel povero cristo che voleva solo sapere l’ora, ma io fuggivo via correndo sino a farmi mancare il respiro, convinta che non ce l’avrei potuta fare senza la sua voce rassicurante.

È successo un pomeriggio di fine estate, stavo tornando dal mare. Contavo i passi, gli scalini, i cespugli di capperi che scappavano dai muretti di pietra. Ho sempre avuto la mania di contare tutto, sin da bambina, per ingannare il tempo, forse più me stessa. Quel giorno, mi si affiancò. Aveva una figura esile, leggermente curva in avanti, come se volesse occupare meno spazio possibile. Le chiesi chi fosse, mi guardò con occhi profondi, indefinibili nel colore e nel suo riflettere anziché luccicare. Non rispose, allora capii. Era ‘Solitudine’ e io l’avevo sempre temuta. Ho iniziato così a conoscerla, poco alla volta, sino a comprendere che non era assenza, piuttosto uno spazio in cui ci si può perdere, oppure ritrovare. È onesta come ogni verità: fa male o libera. Se la si rifugge, diventa eco amplificata delle mancanze ed io avevo vuoti esistenziali scavati da abbandoni ai quali non so tuttora dare un senso. È stato un lavoro su me stessa doloroso, ma infine ho realizzato che ‘Paura’ fa parte dell’anima viva e ‘Solitudine’ è compagna fedele che conduce le ombre dei fantasmi a muoversi come convalescenti al tiepido sole di nuove consapevolezze.

Forse occorre tempo, forse occorre davvero morire per rinascere.

Barbara Colombotto Rosso

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