Emozioni

Genius loci

Genius loci. Si chiama così. E’ tutto ciò che contraddistingue un luogo, così come il carattere una persona, è l’essenza, lo spirito, quello che andrebbe rispettato quando si apportano modifiche di tipo ambientale, strutturale, ma che molto, troppo spesso, invece non riesce a sopravvivere. “Nullus locus sine genio” sosteneva già Servio nei Commenti all’Eneide di Virgilio, e siamo nel IV secolo dopo Cristo. Abitare un luogo significa essere quel luogo. La mia natura mi porta sempre a prestare molta attenzione a ciò che mi circonda, ad ascoltare le voci del luogo in cui mi trovo, ad entrare in un dialogo silenzioso, profondo, perché gli oggetti parlano, raccontano, a volte urlano. Le case respirano, assorbono, sono pregne dello spirito di chi le ha abitate, vissute, attraversate e lo sono anche i giardini, le strade, le piazze, le panchine. Bisogna ‘solo’ mettersi in ascolto di tutto, anche dei profumi, degli odori. Ho fatto così quando è iniziato, un anno fa, il lavoro di svuotamento della casa di un artista scomparso nel 2015, Sergio Minero. Le prime volte che sono entrata in quello che pareva un tempio piuttosto che un’abitazione, non ho avuto il coraggio di toccare, spostare, aprire nulla, provavo l’orrenda sensazione di profanare qualcosa di sacro, e forse era così veramente. Mi infastidiva persino l’idea che altri potessero toccare gli oggetti dei quali era disseminata la casa. Li riposizionavo subito dov’erano, nemmeno un centimetro più in là. Percepivo il genius loci ovunque, persino nel giardino dove immaginavo di vedere Minero, a fianco di sua moglie Silvana, passeggiare controllando i fiori, gli alberi da frutto, per poi riposarsi sulla loro panchina sotto quel glicine che non fiorisce mai perché troppo in ombra. All’inizio non riuscivo neppure a sedermi su quella panchina, loro erano lì, li avvertivo ovunque, nell’aria, nelle foglie, nei fili d’erba. Mi sentivo un’intrusa. Chi ero io per toccare, spostare, fotografare, catalogare, imballare, sradicare tutto ciò che non era soltanto nella casa, ma era la casa stessa? Lo spirito di un’abitazione non svanisce con la scomparsa dei suoi abitanti. Poi, poco alla volta, ho cercato di entrare in confidenza con quei muri rivestiti di arazzi, con i tappeti che ricoprivano i pavimenti, li ho sentiti raccontare storie di viaggi in India, in Afghanistan, di serate tra amici nella sala dei canti, quella del camino, acceso in inverno quando l’Isola Sconosciuta diventava fredda, ma sempre ospitale. La tensione che quasi mi aveva paralizzato per alcuni mesi, iniziava ad allentarsi. Io stavo imparando a comprendere il linguaggio della casa e del bosco e loro a fidarsi di me. E così ha preso l’avvio uno dei lavori più complicati che abbia mai fatto e che non è ancora ultimato. Le porte delle stanze e degli armadi si sono aperte ed i cassetti si sono schiusi mostrando il lavoro di una vita e la vita che è stata un incessante lavoro di ricerca. Migliaia di ritagli di giornali suddivisi per tematica, altrettante di fogli di carta di diverso spessore, decine di scatole e scatoline di ogni foggia e colore, tutti i tipi di materiali possibili (gessetti, pennarelli, pennelli, tempere, pastelli a cera, acquerelli, colori ad olio, inchiostri di china), pennelli, squadre, righelli, ritagli di tessuto sporchi dell’eccesso dei colori. E poi quella ‘mania’ di conservare ogni cosa, dalle carte dei cioccolatini a quelle dei sacchetti del pane, tutte perfettamente ripiegate e stipate nei mobili della cucina, scatole di fiammiferi, confezioni e vasetti vuoti, fasci di nastri di tessuto appesi alle maniglie delle porte e tutto quello che fosse possibile conservare nello spirito del riciclo, del riutilizzo. E ancora gli scheletri degli uccellini caduti dagli alberi del bosco, i gusci delle chiocciole, le piume, le penne degli uccelli… tutto aveva un senso, tutto parlava del rispetto immenso per la Natura e dei suoi figli, dello sprezzo per lo spreco, dell’amore per l’arte in ogni sua espressione, di uno studio forsennato, di una ricerca estenuante, precisa, puntuale. Migliaia di scritti, lettere, cartoline, schizzi appena abbozzati su qualunque tipo di supporto, dalla carta Fabriano al retro dei fogli del calendari, alle strisce di vecchi elettrocardiogrammi. La cura con la quale veniva annotato ogni più piccolo gesto compiuto, appuntamento, incontro, quella necessità di fissare, fermare il tempo nel tempo. E poi migliaia tra disegni, opere ad olio, chine, acquerelli… da rimanere senza fiato. Finalmente ho colto lo spirito dell’Isola Sconosciuta e del perché abbiano scelto di farla rimanere tale sino a che Silvana ne ha messo le chiavi nelle mani di coloro che era sicura avrebbero compreso, rispettato, amato tutto, dall’opera più preziosa al ritaglio di giornale. E’ stato una sorta di viaggio iniziatico che in un qualche modo mi ha riappacificato con lo scempio compiuto in una realtà a me molto più vicina e del quale rimarrà per sempre la cicatrice. Oggi, sono andata a passeggiare al Valentino, ho ritrovato la mia panchina e ne ho ascoltato il canto. Genius loci.

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